Pastore si racconta: “All’esordio col Palermo, Zamparini pianse”

L'argentino: "L'inizio fu molto difficile, poi con Delio Rossi è cambiato tutto. Anche Sabatini è stato molto importante per me"

Javier Pastore, indimenticato ex calciatore del Palermo, si è raccontato in una lunga intervista a UltimoUomo.com. Tra gli altri aneddoti, il suo primo giorno al Palermo. Presentato al ritiro austriaco al presidente Zamparini, questi lo portò subito a comprare le scarpe, quindi all’amichevole dei rosanero: “Torniamo al campo, che non era proprio il massimo, e io avevo le scarpe nuove, ma il presidente diceva: «Deve giocare, per forza». Allora entro nel secondo tempo. E subito, la prima palla appena entro, mi arriva alta e faccio un sombrero al difensore che mi viene incontro, la metto giù, tunnel al secondo, la passo lunga a Miccoli che la stoppa, gol. In tribuna non ci credeva nessuno. «Ma guarda questo…». Perché davvero, fisicamente quando mi vedevi i primi anni in Europa, così magro, capello lungo, corto, non si capiva bene, dicevi: ma questo dove va? Ricordo che dopo il gol in tribuna erano tutti impazziti… Zamparini piangeva.”

Un inizio difficile in campionato per Pastore: “Venivo da un calcio diverso. Quando è arrivato Delio Rossi, però, è cambiato tutto. Mi ha parlato il suo primo giorno, mi ha detto: «Ho visto tutte le partite, tu ti posizioni male, è per questo che non stai giocando al tuo livello; il primo mese dopo l’allenamento con la squadra rimani un’ora in più ad allenarti con me». E così abbiamo fatto: prendeva me, Abel Hernandez, sei o sette ragazzi della Primavera, li metteva in campo e faceva girare la palla, seguendo i nostri movimenti e dandoci indicazioni. Lo facevamo tutti i giorni, e mi ha aiutato tantissimo.”

Un altro punto fermo fu il direttore sportivo Sabatini: “Come direttore sportivo, mi dava tanti consigli. Tutti i lunedì ci sedevamo nel suo ufficio e lui mi faceva vedere delle cose della mia partita, DVD di trenta minuti ogni volta. Mi diceva: «Questo molto bene», «ma questo male, Flaco», «e qui cosa hai fatto?». Sul gioco, ma anche su come mi comportavo: «perché hai fatto quel gesto a un compagno», e «perché ti lamenti sempre quando non te la danno giusta sui piedi?». Contava quante volte facevo gesti del genere, e io non me ne rendevo quasi conto, finché non guardavo quei video. Non ci potevo credere, a volte. Mi diceva: «È normale che i tuoi compagni dopo non te la vogliono dare, se fai così davanti a tutto lo stadio». Con Sabatini so di essere stato fortunato, perché mi ha davvero preso come se fossi suo figlio. Mi diceva sempre quando sbagliavo, quando facevo male qualcosa anche fuori dal campo, e per me è la cosa più giusta da fare con un giovane. Mi era sempre vicino e per il mio percorso è stato importante, davvero. È rimasto un bellissimo rapporto con lui, come anche con Delio Rossi, che sento sempre volentieri.”

Con i rosanero ha fatto parte di batterie offensive che ancora oggi i tifosi sognano: “Oltre a Cavani a Palermo ho giocato con Miccoli, Ilicic, Abel Hernandez e tanti altri che erano forti tecnicamente. Quando siamo arrivati io e Ilicic, strani come eravamo, alti, magri, uno destro e uno sinistro, la gente chissà cosa pensava. Non ho mai riguardato una partita intera di quel Palermo, però adesso mi sta venendo voglia, sai? Quell’anno con Ilicic, Abel Hernandez e Miccoli facevamo delle giocate che veramente erano un piacere per gli occhi. Anche quando non portavano a niente, la gente pensava: ma che hanno fatto questi? Siamo cresciuti insieme, e a me è sempre piaciuto che quelli intorno a me facessero bene. Il mio gioco era così, era molto collettivo, sempre. I terzini li facevo giocare bene, perché avevo quell’uno-due, quel passaggio alto quando facevano quel movimento lì. Non facevo le cose per me, mi interessava poco, il mio gioco era connettermi con gli altri.”

Di recente il suo ritorno a Palermo per l’inaugurazione del centro sportivo: “È sempre speciale per me, e anche questo mi fa stare tranquillo pensando alla mia carriera. Avere la riconoscenza delle squadre per cui ho giocato, aver lasciato un bel ricordo e aver costruito un bel rapporto con i tifosi, con i proprietari, con la gente che ancora oggi lavora lì e si ricorda di me… vale più di qualsiasi cosa, davvero. Pensare a tutti quei momenti, adesso che non gioco da un anno, mi dà tanta soddisfazione, mi fa stare bene. E un po’ mi fa anche pensare: ho proprio bisogno di tornare, sapendo che in campo non posso più giocare come prima? Mi sembrerebbe un po’ di rovinare quello che ho fatto, che è stato bello se la gente lo ricorda in questo modo dopo 15 anni.”

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